Tuesday, December 04, 2007

IN FONDO, SIAMO TUTTI COMMERCIANTI?

Quando Domenica sera in TV si è parlato di moda amici, parenti e conoscenti hanno tutti preso in mano telefono o computer e mi hanno avvisata. Questo, presumo, per due motivi: perchè la moda in TV è un evento eccezionale, e perchè tutti sanno bene (anzi, ora posso dire benissimo) cosa faccio e quali sono le mie passioni. Incuriosita, mi sono fiondata a guardare la trasmissione non appena disponibile online.

Il programma in questione è Report, in onda su Rai Tre la domenica sera. Il documentario inchiesta, intitolato "Schiavi del Lusso," toccava alcuni punti fondamentali del sistema moda: Sfilate, Produzione e Pubblicità.

Insomma, per lo scalpore che questo programma ha creato, mi sento in dovere di commentarlo, dove possibile.

SFILATE. Grande enfasi sulla direttrice di Vogue U.S.A. Anna Wintour, e su come sia l'arpia del sistema moda mondiale, dettando legge su sfilate e stilisti. Ha fatto scalpore come abbia chiesto agli stilisti di condensare la Settimana della Moda milanese in qualche giorno di modo da non dover restare a Miano troppo a lungo (presumibilmente per motivi di cambio euro-dollaro). Ciò ha penalizzato gli stilisti minori, relegati alla fine della settimana quando i maggiori redattori e compratori se n'erano già andati.

Certo questo fa pensare, specie se affiancato al fatto che a Parigi invece non è successo niente del genere, mandando su tutte le furie la signora Wintour, che, come ci si poteva aspettare dal suo carattere permaloso, non si è presentata alle presentazioni parigine. Ma di chi è la colpa in fondo?

Da ignorante, comunque non capisco come uno stilista italiano, non importa quanto affermato, possa permettersi di perdere spazi e contenuti in Vogue U.S.A., che secondo me è uno dei Vogue più democratici, con dieci milioni di lettori (anche se non è un Vogue che mi piace e che leggo, ma questa è una questione di gusto personale). Va ammesso che la Conde Nast e le sue pubblicazioni statunitensi sono una grossa fetta dell'editoria mondiale, e non vedo come uno stilista possa rischiare di perderla. Specie se associata a grossi nomi della distribuzione come Begdorf Goodman, Saks, Neiman Marcus e così via.

PRODUZIONE. Qui davvero non so cosa dire, nel senso che di produzione e Made in Italy ne so come di meccanica quantistica, ovvero zero. Certo che fa impressione come il prezzo di una borsa aumenti del cento o duecento per cento dalla fabbrica alla boutique, ma anche questo deve avere una spiegazione. Insomma, se si pensa che le linee che hanno fatto vedere in produzione da cinesi non sono le prime linee ma le linee più economiche, sto poco a pensare che queste linee non siano altro che un modo per fare un sacco di soldi e subito per le aziende del lusso. Perchè se le collezioni più economiche e popolari di un marchio (ovvero, presumo almeno in Italia dove la firma conta, eccome se conta) fanno guadagnare cifre non indifferenti, questo marchio può poi permetersi di produrre ad un livello più elevato le sue prime linee, e di farsi la sua pubblicità. Perchè se si pensa che comprare una pagina al mese su Vogue (U.S.A.) costa al marchio attorno ai 100.000$ (facendo un breve calcolo, si arriva a spendere più di un milione solo per una pagina tutto l'anno su una sola testata), più fotografo, modelle, casting e servizio fotografico, insomma, quei soldi dovranno pur arrivare da qualche parte no? Ovviamente questa è di sicuro una spiegazione semplicistica della faccenda, perchè io di questo lato dell'industria ne so poco e niente (tantomeno so da dove vengono i soldi), ma, pensandoci, tutto torna.

Non è una novità, e non è neanche un problema solo italiano

Di sicuro la Giannini mi ha fatto venire voglia di approfondire, e perlomeno di farmi un'idea di quanto vale davvero quello che sto comprando, e dove e da chi è stato prodotto.

PUBBLICITA'. Ha fatto scalpore come Vogue Italia non usi fotografi italiani per i suoi servizi. Cosa peraltro non vera perchè Paolo Roversi è italiano e scatta regolarmente per Vogue. E fin qui ci siamo. Seconda cosa. Ha fatto scalpore il fatto che non ci siano fotografi emergenti che scattano per Vogue (Italia).

Da una conversazione che ho avuto con la direttrice di una rivista milanese tempo fa, ne è emerso che fra i giovani italiani c'è molta poca voglia di fare e sacrificarsi. C'è il mito del fotografo che scatta i servizi di moda e fa un sacco di soldi. Non sempre è così però. E se lo è, è perchè dietro c'è moltissima esperienza e fatica e lavoro. Non si diventa fotografi (o, allo stesso modo, stilisti, o giornalisti) da un momento all'altro. E certo non ci si può aspettare che Steven Meisel (fotografo delle copertine di Vogue Italia) venga ora soppiantato dal un ventenne. Certo c'è il caso di Francesco Carrozzini, figlio della direttrice di Vogue.

Ma che dire? Non è certo la prima volta che in Italia succede qualcosa del genere. Certo, se io come fashion editor conosco il lavoro e il background di un fotografo più facilmente commissiono a questa persona dei lavori. Essendo ben conosciuto dalla direttrice in persona, il giovane Carrozzini può risparmiarsi un sacco di gavetta, relativamente a Vogue Italia. Se parliamo di merito e bravura purtroppo non so cosa dire siccome non ho visto le foto in questione.

Trovo peraltro che questa seconda parte dell'inchiesta sia stata molto poco approfondita (mancanza di tempo, mancanza di interviste) e la sua incompletezza presumo alzerà non poche polemiche tra il pubblico italiano.


Dalle parole della direttrice di moda di "A", Sasha Gambaccini, "siamo tutti commercianti," la moda è oggi come qualsiasi altra industria, gira attorno a soldi, politica, caste e interessi. Ma i giornalisti che ci lavorano sono anch'essi commercianti? Questa domanda è risuonata nei forum, e molto contestata. Io da "straniera" non me a sento di commentarla, perchè ho scoperto che, a differenza di qui dove fare consulenze è un modo come un altro per procurarsi il pane quotidiano, in Italia è illegale.

In conclusione, credo che sarebbe stata un'inchiesta molto più interessante se i "no comment" di molti silisti (presumibilmente terrorizzati dalla giornalista) si fossero trasformati in interviste. Specie perchè penso che se qualcuno vuole farti dire qualcosa che non vuoi, e non lo dici, quel qualcuno trova comunque il modo di metterti in cattiva luce (pensiero contorto ma spero di senso compiuto). Quindi tutti quegli stilisti che non hanno risposto sono stati comunque presi in considerazione nel documentario, e non in maniera simpatica. Tanto valeva che dicessero la loro, che mandassero a quel paese la Giannini, che concordassero con lei che spiegassero i pro e i contro.

1 comment:

Marco said...

Ciao, mi piace il tuop blog..
Anch' io ho visto il servizio e si, magari puo' scandalizzare ma secondo me nulla di nuovo.
Tutto quello che dicono non succede solo nella moda ma in qualsiasi ambiente.
Passa a dare un occhiata al mio blog.
Ciao